Centrale Montemartini Roma: l’incredibile museo dove le macchine incontrano gli dei
Nel panorama museale globale, dove il riuso degli spazi industriali ha spesso ridefinito il concetto stesso di galleria d’arte, a Roma sulla via Ostiense, le colossali turbine d’acciaio e i motori diesel del primo impianto elettrico pubblico della Capitale non producono più energia. Da quasi trent’anni, generano meraviglia. La Centrale Montemartini rappresenta uno degli esperimenti museografici più audaci, felici e fotografati al mondo.
La storia della Centrale Montemartini
L’architettura originaria e il cantiere del 1912
Agli inizi del Novecento, la giunta guidata dal sindaco Ernesto Nathan scelse la zona dell’Ostiense per l’edificazione del polo industriale romano, favorita dalla vicinanza al Tevere e alla ferrovia. La progettazione tecnica fu guidata dall’ingegnere Corrado Puccioni, mentre la costruzione del nucleo originario dell’edificio venne affidata alla ditta dell’ingegner H. Bollinger di Milano, pioniera nelle strutture in cemento armato.
L’architettura doveva rispondere a precisi requisiti strutturali: ampie finestrature per l’illuminazione naturale, soffitti altissimi per ospitare i macchinari e campate modulari capaci di assorbire le vibrazioni dei motori. La facciata esterna, sobria ed elegante, richiamava l’orgoglio civico della municipalità nel dare luce a Roma.
Il potenziamento e la “Cattedrale della Luce”
Negli anni ’30, la centrale subì una radicale espansione architettonica per fare spazio a nuovi colossali motori diesel e turbine a vapore. Fu in questo periodo che prese forma l’imponente Sala Macchine: un enorme salone rettangolare dominato da grandi vetrate, pavimenti in graniglia e balaustre in ferro battuto, che conferirono all’ambiente la solennità di una vera e propria cattedrale laica dello sviluppo industriale. Al piano inferiore, la Sala delle Colonne venne caratterizzata da una fitta maglia di pilastri in cemento armato progettati per sorreggere l’enorme peso delle caldaie soprastanti.
Un’emergenza che diventa opportunità: il 1997
Il complesso monumentale del Campidoglio, sede dei Musei Capitolini, doveva essere sottoposto a imponenti interventi di ristrutturazione in vista del Giubileo del 2000 e nasceva così l’esigenza di trasferire temporaneamente le centinaia di sculture.
L’attenzione cade sui locali della vecchia centrale di via Ostiense, i cui spazi erano stati appena recuperati da Acea grazie a un attento restauro conservativo guidato dall’ingegner Paolo Nervi.
Nervi aveva mantenuto i colori storici delle pareti e preservato i giganteschi macchinari d’acciaio nella loro esatta posizione originaria.
Nell’ottobre del 1997 si aprono le porte della mostra temporanea “Le macchine e gli dei”. L’allestimento è un azzardo visivo folgorante: nella Sala Macchine, i silenziosi motori diesel fanno da sfondo a bianche divinità in marmo, busti di imperatori e statue greche. L’effetto è magnetico. Il contrasto tra la fredda solidità dell’acciaio industriale e la fragile perfezione millenaria del marmo riscuote un enorme successo di pubblico.
Nel 2001, terminati i restauri in Campidoglio, si decide di non smantellare l’allestimento e la centrale viene consacrata come sede permanente e secondo polo espositivo dei Musei Capitolini
Binari papali nella Sala Caldaie: il treno di Pio IX
I grandi locali della ex Sala Caldaie n. 2 della centrale sono stati riconvertiti in uno spazio espositivo permanente unico nel suo genere: la stanza che ospita i sontuosi vagoni del treno di Papa Pio IX.
Costruito in Francia nel 1858 e donato al pontefice dalle società ferroviarie dell’epoca, questo convoglio compì il suo viaggio inaugurale il 3 luglio 1859 (tratta Porta Maggiore – Cecchina). Si tratta del treno più antico d’Italia ancora esistente, un autentico palazzo nobiliare su rotaie diviso in tre carrozze monumentali:
La Balconata: concepita come una loggia mobile all’aperto, ricca di colonne tortili dorate, pensata per consentire al Papa di affacciarsi e impartire le benedizioni ai fedeli durante le soste.
La Sala del Trono: l’appartamento privato del pontefice, impreziosito da velluti purpurei, damaschi gialli e bianchi (i colori dello Stato Pontificio) e filamenti d’oro e d’argento.
La Carrozza Cappella: una chiesa su binari dove veniva celebrata la messa, decorata all’esterno da sculture in rame dorato e internamente da splendidi affreschi firmati da celebri artisti francesi come Jean-Léon Gérôme.
La presenza di questo gioiello ottocentesco all’interno della Centrale Montemartini chiude un cerchio storico perfetto, legando l’evoluzione dei primi trasporti di massa alla nascita dell’energia elettrica pubblica a Roma.
Il palcoscenico ideale per la fotografia d’autore
Le forme geometriche, i materiali e la meravigliosa luce diffusa dalle immense vetrate hanno reso nel tempo la Centrale Montemartini un luogo irresistibile per la fotografia d’arte.
Tra gli appuntamenti espositivi più importanti degli ultimi anni, il museo ha ospitato progetti di interesse internazionale focalizzati proprio sull’esplorazione visiva dello spazio urbano e delle sue forme. La mostra “Architetture Inabitabili”, basata sul fascino di complessi edili italiani di difficile utilizzo ma di grande forza espressiva, ha trovato nella scenografia concettuale della Centrale, uno spazio espositivo perfetto.
Altrettanto memorabile è stato il progetto curato dal fotografo Luigi Spina (“Volti di Roma”), che ha utilizzato il banco ottico per mappare l’espressività e i dettagli della ritrattistica scultorea antica, esaltandone i volumi plastici grazie alle ombre nette proiettate dai grandi motori Tosi dello stabilimento.
In un’epoca in cui i musei tendono spesso alla standardizzazione del white cube – lo spazio bianco, asettico e geometrico – la Centrale Montemartini rappresenta una felice eccezione, come, a poca distanza, il Mattatoio di Testaccio.















